di Alessandra Paparelli

Abbiamo intervistato Stefano Miceli, autore, attore e doppiatore, blogger, speaker radiofonico, volto noto della tv, ideatore del Blog molto seguito “Roma Pulita!“ gruppo Facebook ufficiale 

Partiamo dall’emergenza Coronavirus: come hai gestito la quarantena e che riflessioni hai fatto in questo difficile periodo? Hai lavorato ancora o ti sei fermato?

Attualmente svolgo due lavori. Quello di doppiatore si è necessariamente arrestato con le chiusure decretate dal Governo, mentre l’altro, quello di collaboratore ai testi di UnoMattina, in Rai, è andato avanti come del resto il programma, che non si è mai fermato. La vita è diventata improvvisamente silenziosa, come le strade della nostra città. La sensazione che tutto il mondo fosse improvvisamente entrato in una bolla con i suoni ovattati e la velocità ridotta. Stavo per rispondere che all’inizio è stato bello, ma no, non credo sia il termine giusto, pensando alle tante, troppe vite che si stavano spegnendo. Quella spinta collettiva iniziale che c’è stata con i balconi diventati il nostro training autogeno quotidiano, quella voglia di tornare ad essere popolo, al di là dei convincimenti politici di ognuno, lo ammetto, mi ha fatto venire più volte il groppo alla gola. Vedendo le immagini delle nostre città deserte e mute, sono ammutolito anche io. La Bellezza mi fa rimanere attonito, mi toglie la parola. Mi sono nutrito di quel silenzio, dell’enormità che ogni giorno saremmo chiamati a rispettare e che invece, troppo spesso, maltrattiamo o sottovalutiamo per piegarla alle nostre priorità. Mi sono reso conto che ho smesso di consumare cose che solo oggi mi rendo conto essere pressoché inutili. Sento la mancanza del contatto fisico, di quel calore che è pane quotidiano dei rapporti umani, ma diciamo che questa pausa forzata può essere vissuta come un investimento, perché quando torneremo a dare il giusto peso a tutto ciò che non abbiamo più, forse ci tratteremo un po’ meglio. Forse…

Settore spettacolo, musica, tutta la cultura in grandissima sofferenza e così tutto l’indotto, lavoratori e maestranze. I luoghi della cultura, cinema e teatri, fermi. Gli eventi artistici, culturali e musicali cancellati e non proponibili per i prossimi mesi. Stessa cosa per il comparto radio-tv, in ginocchio per la mancante raccolta pubblicitaria. I lavoratori e le maestranze dello spettacolo chiedono fondi e aiuti al Governo.  Quale idea ti sei fatto dei prossimi mesi? Come può sopravvivere la cultura e che valenza diamo, oggi, al termine “Cultura”?

Sono molto molto preoccupato. È stato doloroso ma ‘facile’ chiudere tutto e tutti lo abbiamo accettato perché abbiamo coscientemente percepito che dovevamo farlo per la nostra salute e per quella dei nostri cari. Quante volte ci è capitato di pensare che improvvisamente fossimo involontari protagonisti di uno di quei film americani in cui un virus si diffonde in tutto il mondo e miete vittime ovunque? Purtroppo non è un film e ora che dobbiamo fare i conti con troppe tasche vuote e lavoratori privati anche della dignità di esseri umani, è tutto più difficile. Fine del film, fine del romanticismo, fine del senso di appartenenza, della voglia di farci forza. Si torna, purtroppo, a pensare ai nostri orticelli e non mi sento in grado di puntare il dito contro alcuno perché ho avuto la fortuna di mantenere delle entrate e non ho avuto bisogno dello Stato, della Regione o del Comune per sopravvivere alla pandemia e nutrire i miei figli o pagare le bollette. Sono stato fortunato, ma se penso ai tanti amici e colleghi che vivono di teatro, per esempio, mi viene da piangere. Se il Covid-19 continuerà a mostrare le caratteristiche devastanti di cui è stato capace finora, costringendoci a seguire protocolli rigidissimi di sicurezza, mi chiedo davvero quali potranno essere le conseguenze per l’intero settore. Mi sono permesso di scrivere un post in questi giorni, nel quale ho chiesto alla sindaca Raggi e all’Assessore Bergamo di trasformare le piazze della città in grandi arene teatrali, nel rispetto delle regole di distanziamento sociale, per dare un po’ di vigore a tutti quei teatri, piccoli e grandi che hanno dovuto spegnere i riflettori sui loro attori e rinunciare all’applauso del pubblico, “nutrice di ogni arte”, come scrisse il settimanale tedesco ‘Fligende Blätter. Solo chi frequenta i palcoscenici sa quanto sia doloroso per un attore non poter recitare e quanto sia assurdo farlo senza il pubblico davanti a sé. Tutte quelle letture che abbiamo sentito fare sui profili social di tanti attori, non potranno mai colmare il loro istinto genetico di essere abbarbicati al pubblico, ma devono far riflettere chi le ha seguite, perché davvero dell’arte non si può e non si deve fare a meno. Anche se non ce ne rendiamo conto, è il nutrimento dell’anima. Le istituzioni devono fare molto, tutto ciò che finora a nessun livello, hanno fatto. C’è assoluto bisogno di non lasciarla morire. Diceva Claudio Abbado che “La cultura è un bene comune primario come l’acqua; i teatri, le biblioteche, i cinema sono come tanti acquedotti”. Spero solo che non si debba arrivare a soffrire di quella brutta sensazione di arsura per capire che non si può farne senza e che si agisca prima di lasciar morire disidratati pubblico e artisti insieme. Soldi. C’è sicuramente bisogno di soldi, perché i teatri, i cinema e i locali dove si fa musica costano e anche molto. La Siae costa, le mura costano, le bollette anche. Fate presto, vi prego!

Stefano, sei un artista completo e anche un attore, autore, speaker radiofonico, doppiatore: cosa succede nel mondo del doppiaggio? Tanto era già cambiato, prima della pandemia. Come cambierà ora il mestiere del doppiatore?

Da qualche giorno il settore doppiaggio è di nuovo su ‘on’ e anche io ho ricominciato a lavorare. La prendo a ridere, per ora, perché sembriamo tutti medici che stanno per affrontare una sala operatoria. Per chi non lo sapesse, le sale spesso, si trovano sotto terra e altrettanto spesso, non sono molto grandi. Da qualche giorno, come ti dicevo, siamo tornati a doppiare, ma con mille attenzioni. Prima di entrare in sala, igienizziamo le suole delle scarpe, infiliamo i guanti e ci mettiamo al leggio, avvolto nel Domopak. Tra noi e l’assistente c’è un divisorio in plexiglas, lo stesso che c’è tra direttore e fonico e le cuffie, se non sono di nostra proprietà, sono comunque sanificate. Ogni volta che incidiamo le nostre righe, viene sostituito il Domopak, la cuffia e la sala ozonizzata. Ci si mette il doppio per lavorare, è tutto più complicato, ma è il prezzo da pagare per questo lungo periodo di difficoltà. 

Hai creato e ideato il Blog Roma Pulita! Con il gruppo Facebook ufficiale, seguita e molto apprezzata. Il trasporto pubblico è una delle grandi preoccupazioni del Governo per le città italiane. Roma è attrezzata per la famigerata Fase 2, la convivenza con il virus? Cosa succederà alla mobilità romana? Sarebbe possibile immaginare il potenziamento di strutture esistenti, crearne nuove e favorire la mobilità a due ruote, con ciclabili ma anche car sharing, bike sharing, multitaxi? L’utilizzo del car sharing è per esempio inevitabilmente crollato e in tema di sanificazione delle vetture, non esistono regole chiare e certe. Ci si affida alla responsabilità degli utenti. 

Credo poco nella responsabilità dei cittadini, se devo essere sincero, ma ho apprezzato con stupore la correttezza dei comportamenti di quasi tutti, in grande contrasto con la caotica quotidianità in cui ci condanniamo a vivere da decenni. Il car sharing suppongo sia davvero impraticabile, a meno che, tra un noleggio e l’altro un operatore non si preoccupi di sanificare le vetture, ma… Pensi sia possibile? La vedo dura. Stesso discorso vale per i taxi. Chi ci garantisce che vengano sanificati davvero? Lo faranno sotto i nostri occhi? Per carità, non voglio non fidarmi di un’intera categoria, ma quali garanzie avranno gli utenti che tutto venga fatto a regola d’arte? Bus? Metro? Dal Comune hanno già fatto sapere che sarà impossibile controllare. Hai mai preso la metro A alle 8? Hai idea del delirio quotidiano che si innesca? Gli ingressi contingentati possono essere una soluzione, i tornelli contapersone aiuteranno, magari evitando finalmente che salgano a bordo i soliti furbetti senza titolo di viaggio. Nel complesso mi viene da pensare che saliremo ognuno sulla propria auto e formeremo fiumi di lamiere senza soluzione di continuità. E le piste ciclabili? E i monopattini? Benvenga qualsiasi soluzione, ma mantengo le mie perplessità sull’approccio dei romani al tema del rispetto delle regole. 

Lo smartworking – a tuo avviso – sarà la ricetta del futuro, per molte attività e uffici ma anche radio?

Fa piacere che molti datori di lavoro abbiano scoperto lo smartworking, che avremmo già dovuto praticare in massa per salvaguardare le nostre coronarie e la città in generale. Bisogna proseguire il più possibile, perché da casa si lavora meglio e, forse, anche di più. 

Torniamo al mondo dello spettacolo che non è soltanto l’attore noto o il musicista di grido. L’indotto non è irrilevante dato che con lo spettacolo, la musica e la cultura vivono centinaia di migliaia di persone, con dietro un mondo intero di lavoratori. Cosa ti senti di dire, in merito? 

Posso solo augurarmi che il Ministro Franceschini e il Governo in generale abbiano piena consapevolezza del problema, perché molti il lavoro non lo ritroveranno e dovranno riciclarsi in altre attività. 

Occorre semplificare il passaggio dei fondi stanziati dal Governo alle Regioni, come? Una fruibilità maggiore, una rapidità di accesso ai bandi regionali potrebbe essere una soluzione, secondo il tuo parere? 

Il tema dei temi è sempre stato la burocrazia. Più c’è passaggio di mani, più qualcuno ne trae vantaggio, tranne i cittadini. Sono i meccanismi consolidati di questo Paese che evidentemente in pochi vogliono scardinare, per qualche forma di convenienza. 

Cosa farai dal 4 maggio? C’è qualcosa da fare non fatto o da dire non detto, a qualcuno? 

Sai, mi viene in mente la battuta di un film che amo, in cui due inseparabili amici si ritrovano dopo anni e anni e uno chiede all’altro: “Cos’hai fatto in tutti questi anni, Noodles?” E l’altro risponde: “Sono andato a letto presto”. L’avrai riconosciuto, è “C’era una volta in America”…No, non farò nulla che non abbia già fatto in questo periodo. Cerco di amare. Il lavoro, le persone, la vita, la bellezza. Cerco di rispettare e rispettarmi. Insomma, farò cose poco originali, ma non per questo facili.