di Alessandra Paparelli

Intervista a Karin Proia, autrice, attrice di teatro, cinema e serie tv, regista, sceneggiatrice e scrittrice. La ricordiamo tra i protagonisti della serie tv cult Boris, poi Boris-Il film; protagonista anche nelle quattro stagioni de Le 3 Rose di Eva, nel ruolo di Marzia; Orgoglio 2, La mia bella famiglia italiana con Alessandro Preziosi, protagonista inoltre a teatro con Gigi Proietti e Pier Francesco Pingitore; ancora tanto teatro con la commedia Call Center 2.0, in tour, con Franco Oppini, Michela Miconi, Luca Capuano, Pietro Genuardi, regia di Roberto D’Alessandro. Talentuosa attrice dalla ventennale carriera, ha partecipato da giovanissima anche al programma cult di Boncompagni, “Non è la Rai”. Scrittrice, sceneggiatrice e regista, dopo il cortometraggio “Farfallina”, la sua opera prima scritta e diretta è “Una gita a Roma” con Claudia Cardinale e Philippe Leroy, musiche di Nicola Piovani. Film che è diventato anche un libro di grande successo, edito da Nanuk. 

Sei attrice nota, regista e sceneggiatrice, scrittrice, un’artista che spazia nel mondo della cultura e dello spettacolo. Proprio dallo spettacolo, vogliamo cominciare. Settore e comparto spettacolo sono in grandissima sofferenza in questo difficile momento per il nostro Paese, emergenza Covid-19, siamo alla famigerata Fase 2: come hai gestito l’emergenza da casa e che cosa ti auguri per lo spettacolo? Come potrà ripartire la cultura e con quali i progetti possibili? 

Siamo in uno dei momenti più difficili dell’ultimo secolo, che speriamo di riuscire a superare presto. Questo evento ci sta segnando molto sia a livello personale che economico. Temo che, in questo percorso di riapertura, gli spazi per il divertimento e quelli per la produzione di intrattenimento, tra cui teatri e set, saranno gli ultimi ad essere riattivati. È impossibile infatti, per la natura stessa del lavoro dell’attore, mantenere le distanze di sicurezza. Inoltre non sono considerate attività di primaria importanza, anche se adesso come non mai la cultura e l’intrattenimento hanno dimostrato quanto siano importanti: documentari, film e serie, anche per bambini e ragazzi, sceneggiati di divulgazione epica, storica o scientifica ma anche semplicemente serie e film come compagnia, passatempo o consolazione. Ma soprattutto, una volta riaperti, tutto il settore dovrà cercare di riconquistarsi un pubblico che avrà per larga parte cicatrici profonde e difficoltà reali. 

I lavoratori dello spettacolo, così come il comparto radio-tv, sono in difficoltà e emergenza. Sono stati chiesti aiuti, cassa integrazione in deroga e sostegni al Governo Conte: una tua riflessione, in proposito.

Penso che il comparto dello spettacolo sia un settore non del tutto capito. I lavoratori della categoria sono talmente diversi gli uni dagli altri che all’interno della stessa sono presenti gli estremi. Anche il fatto che ci abbiano fatto fare gli studi di settore per anni, dove un anno sì e uno no, si risulta “incongruenti”, dimostra il fatto che non hanno capito neanche fiscalmente la natura molto precaria e molto variabile del nostro lavoro, non solo tra un artista e un altro, ma anche da un anno all’altro per lo stesso artista. Le persone ci considerano dei privilegiati, ma poi lo Stato all’atto pratico dimostra di dimenticarsi di noi. Del decreto di aprile, il sostegno per i lavoratori dello spettacolo è andato a pochissimi. I metodi di calcolo degli aventi diritto era completamente fuori la logica di una vera e corretta individuazione. Molti della nostra categoria sono rimasti sprovvisti degli aiuti minimi offerti, perché basati su un calcolo di giornate di lavoro e guadagni che in troppi non possono avere.

Parliamo del progetto “Il cinema non si ferma”. Il 2 aprile scorso, è stato battuto il primo ciak, il primo docu-film a episodi realizzato usando set casalinghi e smartphone. Un progetto molto interessante e a scopo benefico, i cui proventi saranno devoluti alla Protezione Civile, per dimostrare che, nonostante l’emergenza Covid-19 abbia portato allo stop di set e produzioni cinematografiche e televisive, le maestranze e i professionisti del mondo del cinema, vanno avanti e non si fermeranno. 

Stavo ancora tentando di mettere a fuoco il fatto di essere in quarantena, quando mi chiama uno dei produttori, Ruggero De Virgilis, per chiedermi se mi sarebbe piaciuto partecipare a questo film sperimentale, una sorta di Dogma-Covid-19, come ci siamo divertiti a definirlo. Ho accettato subito visto il suo entusiasmo e soprattutto visto lo scopo benefico del progetto; infatti i diritti verranno venduti tramite il sistema della blockchain con importi direttamente trasferiti alla Protezione Civile. Gli artisti che hanno deciso di partecipare sono molti. L’operazione è stata interessante perché sia il regista che il direttore della fotografia ci hanno guidati e diretti da remoto, quindi via computer. Ci parlavano e ci dirigevano in video-chat, controllando luci e scegliendo le inquadrature, inoltre il regista poteva dirigerci nell’interpretazione. È stato comunque un’esperienza molto interessante.

Che tipo di commedia sarà? Qual è la trama?

È un film di sette episodi, tutti a tema quarantena. Si narrano le vicende di persone comuni alle prese col virus e con la clausura forzata, e naturalmente con le difficoltà economiche e non solo che ne conseguono, tutto comunque raccontato in chiave leggera, di commedia. Io interpreto Franca, una dirigente di azienda che non riesce a pagare gli stipendi dei suoi dipendenti. Ne uscirà in una maniera quantomeno singolare, grazie ad un padre, interpretato dal bravissimo Augusto Zucchi, un pochino sui generis. Nel mio episodio c’è anche mio marito, Raffaele Buranelli, che interpreta un perfetto marito casalingo. Nel film, tra gli altri, anche Nicolas Vaporidis, Remo Girone e Margot Sikabonyi.

Torna in tv, lo storico programma cult “Non è la Rai”, che ricordi hai di quel periodo, nel 1991?

Molto vividi. Ricordo chiaramente quasi tutte le giornate in cui sono stata nel programma. In realtà molto poche. Sono entrata il 1 giugno di quell’anno e il 30 giugno dello stesso mese finiva la messa in onda, non ero potuta andarci prima per impegni scolastici. Ci ero approdata per curiosità, tutti ne parlavano ma io, tornando da scuola alle 15 passate, non riuscivo mai a vederlo. Quando mi scelsero ne fui molto felice, anche se subito dopo arrivò la proposta di Michele Guardì, che su Rai Uno preparava il programma “Scommettiamo che…?” dell’amato e indimenticabile Fabrizio Frizzi e naturalmente mi precipitai, perché era un programma in prima serata di sabato sera, dove non solo avevo una paga decisamente superiore, ma mi si chiedeva un impegno piuttosto contenuto rispetto all’altro, di una sola volta a settimana contro la quotidianità dell’altro, permettendomi così anche di andare tranquillamente a scuola e di studiare.

In questo lungo periodo di quarantena, la televisione mette in campo programmi di intrattenimento per tutti gli italiani a casa e molto apprezzato è il tuffo nel passato, programmi e show di una tv che non c’è più. Un tuo pensiero su questo.

La televisione è cambiata seguendo il gusto del pubblico e la tendenza, per una questione legata agli introiti pubblicitari, è sempre stata quella di assecondarlo. Purtroppo si è un po’ perso quello che si faceva all’inizio nella tv pubblica, cioè fare cultura ed educare al bello. Questo nell’affannosa necessità di inseguire l’audience, piegandosi di fatto alle esigenze di gusti sempre più frammentati. Ora, più che sulla tv generalista, il pubblico si sposta sul settoriale o sul particolare, su programmi fruibili quando si vuole. La televisione pubblica dovrebbe fare un vero servizio pubblico, una sorta di passo indietro per farne uno avanti, e tornare a riproporre cultura e intrattenimento di livello, non dimenticando la sperimentazione. Anche la natura dello spettacolo, infatti, è mutevole, quindi a mio avviso bisognerebbe anche lasciare un po’ di spazio per cercare forme espressive innovative ed altri canoni, per tentare nuove strade. Secondo me sia la televisione che il cinema, almeno in parte, dovrebbero essere più coraggiosi. A proposito del tuffo nel passato ho di recente rivisto l’Odissea, il primo sceneggiato a colori della RAI, del 1968 che mi aveva tanto impressionato da piccola, in uno dei tanti passaggi televisivi che ne sono stati fatti. Bellissimo. Importante anche per i ragazzi, come mia figlia, che stanno studiando epica.

Ricordiamo anche Boris, la serie cult molto amata dai telespettatori  prodotta dal 2007 al 2010 in cui eri una dei protagonisti. Un tuo ricordo di quel periodo e se vuoi raccontarci un aneddoto divertente. Immaginiamo ci fosse un clima molto allegro e simpatico sul set. 

Il primo ricordo legato a Boris è stata la chiamata di Luca Vendruscolo, uno dei tre geniali sceneggiatori, che mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto fare una parte nella serie. Naturalmente gli dissi di sì. Da lì a qualche settimana arrivarono i copioni, appena aperta la prima pagina cominciai a ridere… bastò, credimi, la prima riga e già stavo ridendo. Ricordo che la mia prima battuta sul set fu: “Maestro, so’ pronta… so’ calda come ‘na cavalla!”, anche i tecnici ridevano. Esperienza meravigliosa.

Cosa lascerà, umanamente e lavorativamente, questa tragedia del Coronavirus a livello nazionale e mondiale? Cambieranno i rapporti e gli approcci umani, secondo la tua opinione? O l’umanità è destinata a peggiorare? E infine, qual è la prima cosa che farai, superata l’emergenza e si tornerà a una vita, pressoché, “normale”?  A quale “normalità” aspiriamo?

Dicono tutti che il mondo che troveremo quando torneremo fuori non sarà più quello di prima e io ci credo. Partiamo poi dal fatto che ci informano che dovremo cambiare le nostre abitudini, dovremo mantenere le distanze, una sorta di “diffidenza” dell’altro che è francamente la cosa che a me personalmente pesa di più. Sono istintivamente molto empatica e so già che, se un giorno romperemo questo brutto incantesimo, magari trovando una cura, non ci metterò poi molto a ritrovare la capacità di riabbracciare tutti, esattamente come facevo prima. Non dimentichiamoci che gli abbracci sono terapeutici e che il contatto fisico è molto spesso un conforto a volte irrinunciabile. La prima cosa che farò appena finirà tutto questo, che lascerà ferite nel cuore e ferite nel benessere (e dicono che sarà lunga), sarà ricominciare a viaggiare, incontrare persone e amici e soprattutto farò una festa. Dovremo rimboccarci le maniche e dimostrare che siamo un popolo forte e pieno di iniziativa. Forza italiani!

(foto di Gianmarco Chieregato)