di Alessandra Paparelli

Intervista a Susanna Schimperna, giornalista, scrittrice, astrologa, volto notissimo della tv e voce radiofonica in grandi network nazionali. Ha ideato e condotto programmi per Radio2 e Radio3 e per l’emittente televisiva La7. Tra i suoi libri ricordiamo Le amicizie amorose, Castità, Cattivi Pensieri, Abbandonati e Contenti, Eterne Adolescenti – Donne che non vogliono crescere, Piccolo dizionario dell’eros, Perché gli uomini mentono, Marte il pianeta del sesso, Feet, Luna – I dodici segni lunari. 

Inevitabile partire dall’emergenza Coronavirus: come stai gestendo la quarantena a casa? Quali sono i progetti che stai portando avanti e soprattutto che idea ti sei fatta di questo periodo difficile?

Io sono più che abituata a stare chiusa in casa. Ho trascorso tanto di quel tempo “rintanata”, come diceva mia madre, che ora mi trovo a pensare, per nulla divertita e ancora meno orgogliosa di me, che ho gli stessi atteggiamenti mentali, abitudini, problemi di quando ero adolescente. Mangio senza fermarmi, leggo facendo le cinque del mattino per arrivare alla fine del libro, rimando qualunque telefonata da fare, giuro che all’indomani metterò in atto un programma e questo domani non arriva mai. A parte questo, una volta suonavo, disegnavo, scrivevo e facevo indicibili esperimenti psichici. Ora no. Però ho uno stato d’animo sereno, direi tranquillissimo. Come se questo momento avessi tutto il diritto di trascorrerlo nella nullafacenza… il che non mi pare un progresso. L’idea che mi sono fatta è che sicuramente stanno meglio del solito le persone depresse, i cui sensi di colpa per essersi poste (anche se non certo per piacere) come fuori dal mondo sono attenuati dal sapere che siamo tutti come in una bolla, che c’è una forzata interruzione generale di lavoro, impegni sociali, imprese di ogni tipo. Per il resto, come credo tutti sono seppellita dai link più assurdi che svelano sul Covid-19 e le misure del governo i segreti più improbabili, per cui la mia reazione è di sospendere ogni giudizio. Mi sembra che molti, a vari livelli e a vario titolo, stiano prendendo il virus come occasione per farsi conoscere. Immagino buone dosi di malafede, non solo molto complottismo e molta presunzione abbinata, come sempre, all’ignoranza. Ma, io anarchica, sai alla fine che sono arrivata a pensare? Che con le difficoltà enormi di un Paese con poche risorse, molti debiti, una burocrazia folle, un governo composto in modo bizzarro a dire poco e un’opposizione che ogni giorno inventa qualcosa di nuovo per aizzare la gente e grida che il governo deve cadere, ebbene, Conte e i suoi ce la stanno mettendo tutta, al di là delle aspettative. 

Le nostre libertà sono in pericolo, a tuo avviso?  I social, come al solito, amplificano i discorsi politici ma anche le chiacchiere da bar: si discute e si polemizza su tutto, dai vaccini alla censura, dalle case farmaceutiche al profitto di pochi, dalla mancanza di libertà al virus realizzato a tavolino; chiacchiere sul nulla, proclami. Come ci possiamo difendere?

La libertà è in pericolo sempre e sempre lo sarà finché non avremo, singolarmente e come collettività, i due indispensabili ingredienti che consentono di meritarla, questa libertà, prima ancora che conquistarla e mantenerla: pane e istruzione. Lo dico in modo antico, perché oggi “pane” equivale anche a possibilità di riscaldarsi, curarsi, avere accesso a Internet, avre un tetto sulla testa. E istruzione non è più semplicemente imparare a leggere e scrivere, perché l’ignoranza è anche non saper distinguere le stupidaggini dalle informazioni attendibili, le persone che sanno da quelle che millantano di sapere. Oggi manca il senso critico, che è cosa che si costruisce nel tempo. Non ci si difende dalle bufale ricorrendo a trucchetti e basta (anche se ce ne sono: uno per tutti, vedere in che italiano sono scritte le notizie), ci vogliono una preparazione e una capacità di riflettere che si acquisiscono in una vita. Tutto questo detto, sì alla tua domanda. Si va avanti con decreti amministrativi. Si impongono cose che solo perché esiste il terrore del virus ci facciamo imporre. Il momento lo richiede? Probabile. Non entro in merito perché non sono in grado di pensare a misure alternative (a parte una: nessuna restrizione imposta ma autorestrizioni che i cittadini da soli potrebbero imporsi, come uso di mascherine e guanti, distanze, ecc., ma noi non siamo in grado di autodisciplinarci, purtroppo). Vedo però che di tutto questo molti approfitteranno, a breve, per abbassare ancora di più i compensi e togliere altri diritti ai lavoratori, per parlare solo del settore lavorativo. 

E’ a rischio la protezione dei deboli?

Certo. Perché ormai i deboli non sono soltanto quelli che non hanno lavoro, che hanno un handicap, che hanno una pensione da fame, che sono di etnia rom o sinti, che sono migranti senza permesso di soggiorno. I deboli sono un esercito che si sta ampliando a dismisura. Basta perdere il lavoro e anche se eri un dirigente puoi ridurti a dormire in macchina nel giro di un anno. Basta una separazione e uno dei due lo ritrovi o la ritrovi a mangiare alla Caritas. Basta che chi ti dà lavoro chiuda la fabbrica, l’officina, il giornale, il sito Internet o quel che sia, e puoi passare infruttuosamente mesi a cercarne un altro. 

Che ruolo sta avendo la politica italiana e l’Europa, in questa fase di emergenza Covid-19, secondo un tuo parere?

Non c’è una cosa chiamata Europa. C’è stata, in anticipo sui tempi e con l’effetto di penalizzare Paesi come il nostro, la moneta unica. C’è un apparato, c’è una legislazione europea. Ma poi la politica fiscale è diversa a seconda delle nazioni, quindi la delocalizzazione è possibile ed è una piaga, i ricatti sono possibili e sono una piaga, lo spostare capitali è possibile e aumenta le ingiustizie. Egoismo delle nazioni, si dice. Ma è ovvio che ci sia. Lo capisco. Nota paradossale è che i primi che strillano contro l’Europa egoista sono, in tutte le nazioni, i sovranisti, che poi sono proprio gli stessi che, nel momento del bisogno e al posto degli stati “egoisti”, farebbero esattamente la stessa cosa, pena tradire la propria ideologia. Sulla politica italiana, ripeto che mi pare che in questa fase il Presidente del Consiglio si stia muovendo con competenza, onestà e chiarezza. Più di così, servono i miracoli. È l’intero sistema che non mi piace, ma questo è un altro discorso. 

Ho letto sul tuo profilo una tua riflessione interessante, come spunto di ragionamento: “L’assurdità di tutti quelli che ossessivamente inondano amici-conoscenti-contatti social di link in cui altre persone assurde pretendono di spiegare segreti e terribili verità”. Cosa ci sta accadendo? Da una parte una perenne campagna elettorale H24 e dall’altra, gente allo sbando sui social? In cerca di cosa?

Sì, perenne campagna elettorale e persone allo sbando. In cerca di sicurezza, soprattutto. Ma anche di stimoli per sentirsi, sentirci vivi. La frenetica attività virtuale sostituisce qualcosa che oggi manca paurosamente: l’azione reale. In tempi di crisi, noi siamo programmati per fare, non per stare fermi. Fare vuol dire lottare contro un nemico, preparare una strategia avendo chiaro un obiettivo, al limite fuggire. Non ci è concesso nulla di tutto questo. Siamo chiamati a reagire con l’immobilismo. È talmente contronatura che dobbiamo trovare una scappatoia, sostituire l’azione reale con qualcosa in cui riversare le energie represse, e questo qualcosa è il virtuale, attraverso cui ci infuriamo, creiamo alleanze, proviamo a costruire una rete, tramiamo, urliamo, diamo il peggio di noi. 

Dove è finita l’Italia dei “balconi” e della “Musica che unisce”?

Io l’ho vista e sentita solo una volta, ciascuno andava per conto suo e la mia cagnetta, più che spaventata, si è rattristata. Buttata in un angolo, sospirava e sbuffava. Gli Italiani si stufano presto di tutto, lo sappiamo. E magari è una qualità, più che un difetto…

Tra le varie categorie in sofferenza, c’è quella dei lavoratori dello spettacolo e tutto il comparto radio-tv. I lavoratori chiedono sostegni e fondi allo Stato; più di 75mila eventi culturali e artistici, live musicali, cancellati e sospesi. Che tipo di futuro ci attende?

Non voglio soffermarmi a pensarci perché è il campo in cui lavoro anch’io e se oggi c’è il virus domani senza virus dubito che le cose cambieranno in meglio. I sostegni possono servire a breve termine, non sono sostenibili a lungo e sarebbero anche mortificanti. Molto si poteva fare prima, ci fosse stata lungimiranza non da parte dello Stato (che vorrei si togliesse di mezzo il più possibile) ma da parte di editori, discografici, proprietari di network, di televisioni e radio. L’avvento di Internet è stato un disastro per tutti questi settori ma era prevedibile, l’abbassamento drastico della qualità è stato perseguito non so se colpevolmente o involontariamente da tutti, alla ricerca di un consenso facile, di un pubblico più esteso, e di prestazioni che si potessero pagare meno. Ora il virus impone riduzioni e restrizioni ulteriori, e sappiamo dalla storia che dalle riduzioni e restrizioni non si torna indietro.

Gli anziani non sono davvero più al centro delle attenzioni politiche? Improvvisamente dai 50 anni in su si ha paura, dai 70 in su si scopre di essere diventati “anziani” con un corpo debole che non viene più curato in via prioritaria. La televisione è l’unica certezza che stiamo avendo? Viene continuamente ripetuto da giornali, radio, tv e social che le persone anziane – per il loro bene – devono restare chiuse in casa, isolate. Ti chiedo, è davvero così?

Non mi far sospettare malafede. Provo a fare un ragionamento: l’Italia è un paese di anziani, gli anziani sembra dai dati finora raccolti che si ammalino e muoiano più facilmente col Coronavirus (o “di” Coronavirus… quante inutili dissertazioni in merito), i posti negli ospedali sono limitati. Il risultato è matematico: bisogna che gli anziani si contagino meno. E però io penso a queste RAS, penso alla tristezza assoluta, all’ingiustizia di venire chiusi lì dentro. Penso alle pensioni che se non sono d’oro sono di stagno e costringono molti a vivere senza potersi riscaldare o addirittura elemosinando. Penso a chi a cinquant’anni, appunto, ma direi anche a quaranta, è considerato troppo vecchio per essere assunto, per fare concorsi, per trovare un lavoro dignitoso. Penso a chi ha soldi per potersi pagare un badante ma lo stesso vive la vecchiaia in maniera orribilmente malinconica, perché io le vedo queste persone, con gli occhi spenti, portate a spasso da chi le accudisce, la passeggiatina e la spremuta al bar, la sosta al parco per prendere aria e poi a casa. È una società che grida che non si fanno figli ma impedisce che ci siano le condizioni minime per fare figli. Che vuole vivere all’infinito ma prevede il nulla per chi non è giovane. Vanno cambiati i nostri cervelli, prima che le strutture. Un padre, una madre anziani e soli devono vivere in famiglia, essere amati e rispettati, non essere considerati un peso ma una fortuna, una ricchezza. Mi domandi se davvero i vecchi (meglio “vecchio” che “anziano” come termine, no?) debbano restare chiusi: credo proprio di no. Perché sono mille volte più responsabili dei giovani, hanno più paura di morire, sanno comportarsi con più sensatezza dei loro figli e nipoti. Lasciateli uscire e dimostreranno quanto hanno ancora da insegnare, da insegnarci. Sapranno darci il buon esempio.