di Eusebio Ciccotti

Bart è un bambino solitario e sognatore. Paffutello, biondo e occhi come il cielo di primavera nello Ioawa. Il padre, sovente ubriaco, picchia lui e la madre. Siamo in estate, nella sperduta provincia americana, fine anni Ottanta, in una di quelle case a due piani dove il dolore e la sofferenza non possono raggiungere il vicinato. Il padre, Arthur (l’asciutto Dennis Quaid) non perde l’occasione di gridare con disprezzo al suo figlioletto che da grande sarà un fallito, “non ce la farai!”. Dopo l’ennesima aggressione la madre convince Bart a partecipare ad un campus estivo di una settimana tenuto (ma lei non lo sa) da giovani educatori cristiani. Arrivatoci contro voglia il bambino Bart farà amicizia con la bella, estroversa e sorridente bambina Shannon e con un bambino creolo XXX. Una sera. Mentre tutti dormono, i tre escono di soppiatto per esplorare la notte con le torce. Bart e Shannon rimasti seduti su un ponte, simbolico nastro che collega due piccoli mondi colti mentre si conoscono, osservano la notte e i fuochi d’artificio. Shannon la coraggiosa, sbotta “Io e te ci fidanzeremo e da grandi ci sposeremo, (Pausa) Dio, che imbarazzo, vado via!”. Bart: “No, ferma, stai vicino a me!”. 

Il campus termina. Bart torna con il bus a casa. Il padre ubriaco davanti alla tv, guarda, ebete, pertite di rugby. “Dov’è la mamma?”, chiede agitato Bart cercandola per le stanze.  “Se n’è andata, ci ha lasciati”, risponde rauco e rabbioso il padre.

Anni Novanta. Bart (Michael Finley, abile in più registri recitativi) e Shannon (la delicata e decisa Madelein Carrol) al college sono innamorati. Bart è un promettente giocatore di rugby. Ma arriva l’infortunio, viene operato. Non sarà un campione. Il padre, in visita in ospedale, se ne va deluso, senza salutarlo. Bart torna al college su una sedia a rotelle, gamba ingessata. Per affrontare la Graduation deve frequentare un ultimo corso. Shannon lo iscrive all’unico disponibile, Canto corale. Egli protesta, ma deve seguirlo.  Invitato, dalla creativa prof di colore, ad unirsi al coro, si rifiuta di cantare, farà il tecnico del suono. Un pomeriggio, mentre revisiona delle cassette audio in regia, comincia a canticchiare, ma avendo le cuffie aumenta il suo tono: ha una voce splendida. La prof, capitata nell’aula deserta, non si fa scappare l’occasione. Bart sarà il protagonista di un’opera musicale. Dopo la Graduation la situazione con Arthur peggiora. Bart, sempre più nervoso, rompe con Shannon, “mi sono sbagliato non ti ho mai amata”, lei accetta l’abbandono, soffrendo con dignità. Bart lascia la casa in sella a una vecchia moto. Attraversa città e contee. Trova lavoro come tecnico in un gruppo rock di ragazzi suoi coetanei. Ma ecco che il cantante se ne va. I tre sono disperati. Bart si propone come voce solista. I tre sono scioccati. Il gruppo ha trovato la voce. La band si chiamerà “Mercyme”, come “diceva mia nonna quando la stupivo”, propone Bart. I giovani accorrono ai concerti. Il gruppo attraversa l’immensa provincia americana dentro un autobus colorato anni settanta. I concerti si susseguono, ma manca il salto, tramite una grande etichetta, verso la notorietà. Grazie a Bart, che gli ha scritto lettere su lettere, arriva un noto manager, il calmo e paziente Scott Brickell (Trace Adkins, nota voce del country americano, anche eccellente attore). Riesce a far avere al gruppo delle audizioni con etichette importanti, ma il giudizio è unanime: “il gruppo non è ancora maturo per il salto a livello nazionale”. Bart, deluso, torna a casa. Non riesce a perdonare il padre. Poi, scoperto che Arthur ha un cancro terminale, cambia atteggiamento. I due diventano amici, poi, finalmente, autentici padre e figlio. La bella voce di Bart accompagna il funerale di Arthur in chiesa. Tornato nel gruppo mette in parole la sua passata sofferenza e il perdono: nasce I Can Only Imagine. Sarà il disco cristiano più venduto di tutti in tempi in USA. 

I fratelli Andrew e Jon Erwin raccontano la vera storia del gruppo “Mercyme”, tutt’ora in attività, coronato, tra l’altro, dal felice matrimonio tra Bart e Shannon e dai loro cinque figli. Una canzone per mio padre (distribuito dalla Dominus Production) è un biopic drammatico-musicale in cui la narrazione alterna gli spazi delle distese americane con interni anonimi di fredde case, pronte a riscaldarsi di luce non appena irrompe l’amore del perdono. Luoghi aperti e kammerspiel, città e road movie, un doppio binario per fuggire lontano dalle crepe esistenziali e al contempo alimentare dentro di sé la fiammella di quei valori imperituri come il paziente amore paolino di Shannon, in silenziosa preghiera affinché l’amato Bart ritrovi la luce. Gli Erwin, in questo viaggio fisico e spirituale, omaggiano le tappe del miglior cinema etico americano: da Aurora (1927), passando per È nata una stella (1937)sino a Balla coi lupi (1990) e al Lynch di The Straight Story (1999).