“Va ignorato”, è stata la reazione di questi mesi, in alcuni più convinta come nel collega Marcello Santarelli, in altri meno, tipo per me e Elisabetta Aniballi. L’idea è che non ne valga la pena, già, che se ci si pensa è una cosa brutta da dire nei confronti di chiunque, sia che si racconti di una litigata con un ex che dello sgarbo di un amico. Non te la prendere, non ne vale la pena. Meglio mettere il soggetto vero? Giusto. Allora si tratta di un signore che si supponga lavori presso un Parco regionale, un neo politico schizzato con la curva che gridava “trasparenza e onestà” a governare la terza città del Lazio. Un salto reso possibile solo grazie a un incrocio fortuito di eventi che a ben vedere hanno nome e cognome, cioè mezzo Pd che non ha fatto votare l’allora primo del ballottaggio Emanuele Di Silvio. Il sogno di Giuliano Santoboni nasce così, da un tradimento in casa d’altri infilato in un secondo tempo di campagna elettorale che Di Silvio, dal canto suo, ha imbroccato male inanellando errori su errori. Però succede, come nei film americani con la colonna sonora che enfatizza il momento, dove il protagonista un po’ sfigato si ritrova di colpo surfando sulle onde del destino ai posti di comando. Santoboni che ha avuto un bel gruzzolo di preferenze, a quel punto nello smarrimento generale di una truppa che non sapeva in che direzione guardare per arrivare al Comune, ha preso l’incarico di capogruppo. Non è un ruolo da poco, soprattutto in una maggioranza monocolore, è il capo politico, quello che fa sintesi, gestisce le crisi, dà la linea, lo spessore, quando si accende il microfono del capogruppo, cala la tensione in aula e non vola nemmeno una mosca. Questo almeno succedeva prima. Perché nell’epoca dei cinque stelle non si sa molto del ruolo del capogruppo. Santoboni non ha mai tenuto in consiglio un intervento politico, se non sciorinare sulle questioncine amministrative le difese d’ufficio ma per carità, dopo aver preso appunti. A parte le difese d’ufficio degli sporadici interventi, non sappiamo moto altro di Santoboni, perché – per cronaca oggettiva – in questi due anni e mezzo di amministrazione cinque stelle non si è reso protagonista di alcuna battaglia, di nessuna prorompente proposta politica. Criticabile o non criticabile, popolare o impopolare, innovativa o conservativa, niente di niente. Santoboni non c’è. Questa è la ragione per la quale, a differenza di altri colleghi di maggioranza – come Claudio Zarro e Claudio Caruso – è uno che esce poco sui giornali. Fin qui. Accade però che negli ultimi mesi Santoboni una battaglia l’abbia ingaggiata. Contro i disservizi? Il degrado? La mancanza di luoghi di aggregazione? Una battaglia contro le soste selvagge? No, una guerra ai giornalisti. Santoboni inizia con qualche post in sordina, poi si apre un non meglio specificato blog dal quale invece di raccontare le azioni compiute durante la sua attività politica, come fanno tanti altri personaggi pubblici tra cui sempre per citare un suo collega di partito, Alessandro Toro, lui no. Santoboni ha un solo obiettivo, colpire i suoi veri avversari. I pidioti che non parlano di Bibbiano? I leghisti sfascisti? No, i giornalisti rei di portare avanti una narrazione che non compiace i governanti di Guidonia. Munito solo di qualche rudimentale ricordo di una lontana preparazione che da giovane gli aveva impartito Tommaso Verga, Santoboni ha iniziato una crociata. I bene informati dicono che ci sia stata quasi l’intera chat cinque stelle a invogliarlo perché da una parte l’ufficio stampa del sindaco non si prestava a queste operazioni e dall’altra c’era un’onda anomala che stava montando ed è montata dalla città. Quelli che amavano e tifavano, oggi criticano. Chi sosteneva, oggi inveisce. Gli elettori cinque stelle sono sperduti nel nulla di una amministrazione debole, assente, disorientata, capace di muoversi solo se qualcuno lo fa al posto suo. I tifosi si sono persi tra le buche, ma anche gli elettori che non fiatano sui social, magari non commentano, ma nell’urna vanno eccome, e poi parlano fuori le scuole, la mattina mentre prendono il caffè al bar, dicono la loro sul posto di lavoro. Non c’è più nessuno che giustifichi l’incapacità a fronte del ripristino della legalità che poi certo non aveva condotto il movimento, ma la magistratura. Guidonia è stanca, i giornali raccontano, e Santoboni con la pettorina si lancia nell’unica battaglia che porti la sua firma, contro la stampa. E alcuni elementi, a voler proprio mettere al bando l’ipocrisia, rendono la vicenda più seria di un “non ne vale la pena”.

Di recente c’è stato un video di Santoboni proprio con Verga, in cui come amici al bar, e in effetti erano proprio in un bar dalle parti del Bivio, i due conversavano sulla stampa di Guidonia con lo scopo dichiarato di delegittimarla. Il gioco è semplice e non nuovo, se i giornali non hanno credibilità e autorevolezza quando raccontano i fatti non li ascolta nessuno. Questa è la speranza di Santoboni, anche se Verga poi a margine di un convegno ha detto che non era proprio quello che voleva dire ma i distinguo oggi servono a poco. Ci sono stati una serie di episodi del genere, post, sfoghi sul blog. A caratterizzare l’azione di Santoboni non è poi solo e tanto il bersaglio (la stampa) quanto lo stile. In spregio a qualsiasi consapevolezza istituzionale, senso di responsabilità per il ruolo ricoperto che è il massimo specchio per i cittadini, Santoboni sarà ricordato per aver involgarito il dibattito, accostando le foto pesanti ai dibattiti sui temi, propinando le parodie sbeffeggianti invece di tentare un tono se non autorevole almeno dignitoso. Si può avversare la stampa, criticarla, fronteggiare uno scontro con i giornali ma mantenendo il rispetto che i ruoli istituzionali impongono. Per Santoboni non è così, siamo tutti amici al bar. L’apice si è toccato oggi, chissà se durante la pausa caffè il capogruppo di maggioranza della terza città del Lazio, ha creato un racconto in cui scrive la caricatura di tre giornalisti, Santarelli, la sottoscritta e la Aniballi. L’obiettivo è sempre quello di destrutturare la fiducia nei confronti di chi fa questo lavoro (male o bene che sia), mascherandosi dietro una ironia che di divertente e satirico non ha nulla. Santoboni vuole colpire con allusioni e sottintesi, sempre per dire che non siamo liberi.

Ma facciamo un caso concreto? Sì perché serve a concludere il ragionamento. Parlando del direttore di questo giornale, che sarei io, il capogruppo farebbe intendere di chissà che rapporti con i cavatori. Questo giornale ha raccontato senza veli nel 2018 (e non solo noi) le operazioni poco chiare (per usare un eufemismo) che l’amministrazione cinque stelle ha condotto contro le cave di Guidonia. Siamo stati poi in piazza con i lavoratori, giorno e notte. E tutto nella trasparenza di video, dirette, cronache dettagliate. La trasparenza è un concetto importante al quale il capogruppo dovrebbe essere affezionato. Eppure nel Comune di Guidonia con i cinque stelle non solo si è formato un cerchio magico che tiene stretto il sindaco e monopolizza le decisioni, non solo ci sono veti e ricatti incrociati, ma avvengono spartizioni di potere, mediazioni e compromessi, di cui fuori in effetti si sa poco. E’ il caso per restare in tema proprio della gestione dell’affaire cave, dove la ex dirigente Paola Piseddu è stata spostata, i cinque stelle hanno di fatto fornito un diverso impulso al commercio (sempre di quell’area) mentre per le cave resta comunque la funzionaria di prima. Operazione che almeno un pezzo di maggioranza l’ha resa contenta, quella capitanata magari dai più attivi nel settore commercio. E lo sport? Meglio non avvicinarsi, scontri roventi in casa Strani. E intanto c’è chi chiede la testa di Mortellaro, altri che vedono Zarro già fuori, tutto un tira a destra e tira a sinistra. Materia del capogruppo? Dinamiche di potere tenute dentro il Palazzo? Cose queste sì, a ben vedere, di cui vale la pena parlare.

[parentesi quadra è a cura di Gea Petrini]