di Gea Petrini

“Ve le ricordate le lacrime di Mussi?”, chiede oggi uno degli ambienti stretti zingarettiani, postando la foto di Fabio Mussi e Piero Fassino con gli occhi lucidi. Correva l’anno 2007, ultimo congresso dei Ds a Firenze, l’arena tra psicodrammi e bandiere arrotolate diede il via alla fusione con la Margherita, al sogno del Pd. Mussi, un’era geologica nella politica italiana, sembra impossibile che l’estenuante transizione della sinistra dalla Bolognina in poi, appena dieci anni fa avesse ancora gente capace di piangere per una scissione. Questa invece è l’epoca dei mojito, a destra, e nell’altro lato del campo delle operazioni scientifiche a tavolino, chirurgiche, portate avanti dal “gruppo di amici”, la comitiva che non vuole più perdere tempo a litigare. Così si definiscono i renziani. Inquadriamo il martedì del tutto può accadere, Matteo Renzi dopo aver annunciato il passo a più riprese, aleggiando lo spettro della scissione come un fantasmino nella notte di Halloween, alla fine l’ha fatto. Se ne è andato. Da ieri pomeriggio i telefoni sono allo stremo, le agenzie sono impazzite tra i lanci e le dichiarazioni, i social pullulano di reazioni, elettori del Pd, dirigenti, amministratori, chi a favore e chi contro, in una scena condita da scarsa emozione. Per tornare proprio alle lacrime di Mussi. Ma tant’è. Renzi si intesta la vittoria politica dell’anno, aver messo all’angolo Salvini, prende i suoi e va in un nuovo contenitore. Un partito di centro, moderato, che attrarrà pezzi di Forza Italia, che non teme di restare nei piani bassi delle percentuali. Il maggioritario non è più un modello, si torna a contarsi per contare, sciogliendo i nodi di una convivenza diventata davvero impossibile. Renzi sapeva che nel Pd era dato per spacciato. La sua leadership sparita sotto i colpi del crollo dopo la batosta del referendum. Così Matteo ha capito che il contropiede di Salvini che stava mettendo in pericolo la scissione programmata già per i prossimi mesi con lo spauracchio delle elezioni anticipate, poteva tornare a suo favore.

E infatti ha ribaltato lo schema, ha costretto Zingaretti a rimangiarsi la linea, visto che era riuscito a farlo lui, il più insultato dai cinque stelle, poi è andato al governo, si è lamentato della scarsa presenza di toscani, ma che importa. L’ultima mossa restava quella di liberarsi giusto di Zingaretti e tornare a giocare da protagonista. Leader in un partito che potrà chiamarsi anche Millenium Falcon ma sarà sempre e solo il partito di Renzi. Padrone finalmente in casa sua, senza dover chiedere scusa agli ex diessini, senza censurare se stesso per non urtare la sensibilità dei democratici. Obiettivo? Tornare a essere determinante, e sempre di più in uno schema in cui c’è Leu oggi che con l’1% detiene un ruolo fondamentale per il governo giallorosso. Figurarsi Renzi, in prospettiva. E nel Pd? C’è aria di liberazione tra i tanti che digeriscono male il personalismo del fiorentino. Zingaretti ha parlato di “errore”, il pezzo da novanta Franceschini ancora ieri si appellava all’unità, ma certo è che il segretario nazionale dovrà dare seguito ai tweet di oggi, alla necessità di “un nuovo Pd”, perché è evidente, che senza Renzi, il Pd che ha dominato la scena negli ultimi anni non esiste più.

Mentre gli sfoghi e le analisi si susseguono senza soluzione di continuità, le stanze a ogni livello fremono. Chi andrà via? Questa è la domanda nel day after. La terza città del Lazio conta su un renziano della prima ora, l’unico forse adesso davvero in preda agli incubi, è il consigliere Guglielmo. Nessuno è disposto o pronto a fare i bagagli verso il nuovo partito di Renzi, ma ci sono un paio di consiglieri che lasciano spiragli molto ampi, Guglielmo appunto e Mario Lomuscio, poi una super diplomatica Paola De Dominicis sta alla finestra, mentre l’unico sicuro senza se e senza ma di restare nel Pd è Emanuele Di Silvio. E’ chiaro che il gioco delle correnti ha un suo peso. E aperture arrivano dai luoghi meno prevedibili come dalla presidenza cittadina del Pd.

Guglielmo il renziano doc al bivio

Per il consigliere forse è la partita più complicata. Guglielmo viene dalla Margherita, moderato liberale, renziano dal primo minuto, costituì il circolo quando sembrava una roba per radical chic quella storia del Big Bang. Guglielmo ha sempre intessuto rapporti forti con gli alti livelli del giglio magico. Nelle dinamiche del Lazio è legato a Marco Vincenzi. Quindi la fuoriuscita non sarebbe neanche contemplata. Eppure è chiaro che il tema della coerenza con il proprio percorso pone Guglielmo di fronte a giorni affatto semplici. “Quello di Renzi è il mio mondo, la scissione mi fa sicuramente riflettere, dovrò verificare con grande attenzione. Parteciperò alla Leopolda, mi ero già accreditato, la mia casa resta il Pd oggi, per ora resto. Valuterò però con attenzione gli sviluppi. Sono dispiaciuto che si torni indietro, io credo nel maggioritario, il proporzionale dà instabilità ai governi”. Nel Pd ci sono fronti critici, anche a livello locale: “A Guidonia Montecelio c’è un partito che non esiste, una nebulosa”.

La capogruppo De Dominicis dice “per ora”

La leadership del gruppo è nelle mani di una donna. La consigliera De Dominicis di area vincenziana – quindi sempre di chi in teoria non dovrebbe aver dubbi sulla permanenza – utilizza parole di estrema cautela. “Per adesso stiamo nel Pd, domani si vedrà. Non c’è ancora un quadro chiaro”. Colpi di scena possibili? Chissà.

Lomuscio è attratto dagli “spazi” renziani

Insieme a Guglielmo è quello che potenzialmente potrebbe essere più vicino a un trasloco. Lomuscio è attratto dalla sirena renziana, il decisionismo, la strategia a volte spietata ma precisa, l’aria di novità. L’avvocato è vicino all’ex deputato Andrea Ferro, di fatto quindi oggi senza referenti regionali. “La scissione rimane una sconfitta di tutti. Guardo con dispiacere alla scelta, un passo che deve far riflettere dai vertici al partito locale. Siamo di fronte alla sconfitta di un progetto, l’entusiasmo di voler costruire un partito pluralista e riformista, quel progetto è fallito. Si apre ora una nuova fase che stiamo cercando di capire. Stiamo analizzando lo scenario per comprendere come il Pd potrà affrontare questa fase e come Renzi vorrà impostare il nuovo percorso. Bisognerà vedere il perimetro, il colore e come Renzi declinerà la nuova casa nei territori. Di certo se ne dovrà discutere. Sto nel Pd ma si apre un ragionamento, la scissione apre un nuovo scenario che devo valutare”. I valori di Lomuscio sono “nel Pd” dove però, fa capire, la gestione del partito a ogni livello mostra “limiti che logorano”.

Di Silvio nel Pd: “Mai stato renziano”

L’unico che ha una voce rilassata è Emanuele Di Silvio. Candidato sindaco, oggi consigliere del Pd, della componente di Bruno Astorre cioè Dario Franceschini. Sono i cattolici ex diccì pilastro del partito democratico. Di Silvio non viene da quella storia, avendo militato nei Ds, ma è giunto ai lidi astorriani dopo che il suo referente della sinistra interna Riccardo Agostini ha lasciato il partito. “Valuto con dispiacere la scissione, condivido l’appello di uno dei leader di questo partito, Franceschini che ha detto che uniti si è più forti. E’ così. E’ un errore per il partito, può essere un rafforzamento a livello personale, per lui e l’ala oggi rappresentata solo in parte, i moderati e liberali di centro. Personalmente l’uscita di Renzi non mi tocca, mai stato renziano, io resto a casa. Ci sono aspetti sui quali dobbiamo lavorare ma i miei valori sono qui, è la mia casa. C’è un Pd regionale nel quale credo fortemente, guidato da Bruno Astorre”. Rispetto alle possibili collocazioni locali, “sento aria di cambiamento, e ci potranno essere ripercussioni anche nei gruppi in consiglio, e non parlo di quello del Pd”. Il capitolo dei civici, andrà aperto a sé.

La presidente Salomone: “Mai dire mai”

Voce sempre più autonoma dalla componente di Astorre è Rita Salomone, uno dei big del Pd di Guidonia, presidente del partito cittadino. Eppure nonostante il collocamento certo della corrente nel Pd, la presidente adesso dice “in politica mai dire mai”. Una lezione – spiega – che arriva dalla storia ultra recente. “Il governo con i cinque stelle era lontano dalla nostra volontà dopo anni di odio ma per il bene del Paese lo abbiamo fatto, quindi tutto può accadere se ci sono le giuste motivazioni”. La scissione non è “un fulmine a ciel sereno né dico mi dispiace, lo sapevamo da un anno. Il partito deve ragionare sulle cause che inducono amici e compagni a uscire. L’idea del partito liquido non era vincente: anzi dobbiamo stare sul territorio e radicarci”. E a Guidonia? “In una intervista avevo detto in maniera provocatoria che i giovani devono farsi avanti, che meritiamo una candidatura locale, certo è che dobbiamo impegnarci e vedo con positività di condividere il percorso con altre forze, partiti e movimenti civici, per il bene della città”. Personalmente vale quel “mai dire mai, io sto in questo partito perché mi dà obiettivi e speranze, nel momento in cui non sarà così, valuterò. A livello locale stiamo a vedere cosa succede con i cinque stelle, nell’area Cerroni, in Forza Italia, dobbiamo capire le ricadute. E’ un film interessante, che non ci dobbiamo davvero perdere”.

Bernardini dei Gd: “Lealtà ai valori non alla sigla di partito”

La scissione riguarda tutti, gli under 30 inclusi. E così anche nei Giovani Democratici l’effetto Renzi c’è, eccome. Si intende dal commento a caldo del segretario cittadino Kevin Bernardini: “Questa è una scissione che fa male, il Pd perde figure importanti. Con i ragazzi dobbiamo fare valutazioni insieme, ci riuniremo, ma il nostro obiettivo resta sempre quello prioritario di proporre iniziative per la città. Certo prendiamo atto della forte concitazione, è un cambiamento che riguarda tutti. La mia lealtà politica è verso i valori di progresso e uguaglianza, al di là delle sigle di partito. Attendiamo gli sviluppi”.