Difficile chiamarli ribelli, ma il coltello tra i denti c’è, hanno i numeri delle preferenze, i consiglieri regionali che chiedono a Antonio Tajani di azzerare i vertici di Forza Italia nel Lazio. Uno sconquasso, mai vista una simile rivolta nei confronti dell’olimpo. Dal segretario regionale Claudio Fazzone, a scendere, tutti i provinciali, via, vanno rimossi. La lettera firmata da tre eletti, il capogruppo Antonello Aurigemma, Adriano Palozzi (il mio gruppo è il più forte del Lazio ha ricordato in questi giorni) e Pasquale Ciacciarelli (espressione di Frosinone) terremota gli azzurri che già vedono poco sole. Nel Lazio che conta sui pezzi da novanta, signori delle preferenze, ci sono scontri feroci, alcuni antichi, altri nuovi, consumati senza pietà sul palcoscenico del consiglio regionale oltre che fuori, s’intende. 

A un soffio dalle elezioni europee, proprio mentre il presidente del parlamento europeo Tajani rinnova impegno e candidatura, il Lazio diventa la spina nel fianco. La freccia avvelenata parte dalla Capitale. Cosa unisce Aurigemma, Palozzi e Ciacciarelli? Probabilmente l’insopportabile sensazione che il partito nel Lazio ormai sia alla deriva, come una nave abbandonata, senza più timoniere e nemmeno orizzonte. Dove si va e con quali obiettivi. Chissà. Quindi nel caos funziona così, germogliano le rivolte, per scardinare assetti e crearne di nuovi. Non va dimenticato che non sono mesi di ottimismo per i forzisti. Il pallottoliere degli spostamenti muta ogni giorno.

Tutti vengono dati in partenza per qualche lido, dalla Lega a FdI più fittiani. E le intenzioni magari ci sono, non è che i rumors siano sempre infondati. Adriano Palozzi tornato in pista alla Pisana dopo la pausa dei domiciliari, era dato a un passo dall’addio a Forza Italia, poi qualcosa non ha funzionato nella pianificazione della strategia. Laura Cartaginese, eletta in ticket con Palozzi, secondo i bene informati non era intenzionata mai e poi mai a lasciare per Noi con l’Italia, l’operazione non sarebbe approdata a nulla senza i numeri di aula necessari a esserci. Fatto sta che Palozzi, hanno battutto le agenzie, ha smentito di volersene andare, sono “fake news”. Tant’è. Ma così il partito non funziona. La lettera a Tajani punta a destituire Fazzone, scombinare gli schemi e costituisce un allarme reale per il numero due di Forza Italia.

I tre consiglieri regionali dipingono un partito “arrogante” dove di viene “soffocati da un regionale che negli ultimi anni non è mai riuscito nemmeno a riunirsi per la benché minima azione comune ed ha sempre abusato della propria rendita di posizione, che adesso però non è più sopportata né può più essere garantita”.

Parole di piombo, che invocano il cambio di passo o preparano la via d’uscita?

“Non possiamo più permetterci di non coinvolgere i nostri militanti o, peggio ancora, come avvenuto in consiglio regionale, dove abbiamo assistito ad atteggiamenti contrari alla linea e ai valori del nostro movimento, generando incomprensioni e creando malcontento e risentimento diffusi all’interno della nostra base”.

La fotografia è implacabile, “l’incarico che quest’estate il presidente Berlusconi – scrivono a Tajani – ti ha affidato era volto al rilancio e al rinnovamento del partito: dopo sette mesi, dobbiamo constatare che nella nostra regione non si può assolutamente parlare né di rinnovamento, visto che non c’è stato alcun tipo di cambiamento, né tantomeno di rilancio, dato che continuano ad aumentare le defezioni da parte dei nostri amministratori”. La conseguenza dell’analisi è feroce: “Ti chiediamo di procedere all’azzeramento dei vertici del coordinamento regionale e di quelli provinciali, al fine di portare avanti una vera azione di rinnovamento oramai ineludibile, come auspicata e richiesta anche da molti esponenti del territorio”.

La lettera non è firmata da tutti, ma dalla maggioranza del gruppo. Mancano all’appello Giuseppe Simeone e Laura Cartaginese. La consigliera è stata riammessa nel gruppo dopo l’espulsione (super contestata) avvenuta per l’ultimo pesante scontro in casa azzurra. Il pastrocchio della mozione di sfiducia a Nicola Zingaretti, voluta da Aurigemma, sconfessata da Fazzone, non sostenuta da Cartaginese che in aula ha tolto l’appoggio al capogruppo Aurigemma. La Cartaginese sembra dover mettere dietro le spalle l’alleanza con Palozzi, per il quale si era spesa con parole di forte vicinanza, anche nei minuti immediatamente successivi all’arresto del big che da Marino ha conquistato Roma.

Il partito è in totale affanno, nei territori non si sa neanche più chi sia rimasto e chi stia fuori. A livello regionale si gioca la consueta partita a scacchi, mettendo di fatto Tajani di fronte allo scenario incubo di perdere il sostegno di mostri sacri delle preferenze in vista delle europee. Meglio Roma o il partito pontino? Pesi e contrappesi. E’ apoteosi. In Regione già si erano fatti la guerra sulle presidenze di commissione, macinando confusione su confusione.

Nelle città?

In provincia di Roma c’è Tivoli che va al voto anche per le comunali, è la casa della Cartaginese che non appare affatto intenzionata – come anche FdI – a sostenere il cartello di destra con il leghista Vincenzo Tropiano. A Guidonia Montecelio, nella terza città del Lazio, a parte qualche evento di testimonianza, l’ultimo voluto dallo stesso Tajani, si brancola nel buio. Mezzo partito si è congelato nell’assenza, altri non sanno più dove guardare. Nei territori è così. Tesseramenti svolti senza alcuna convinzione, numeri nascosti nei cassetti, congressi miraggio. L’intero pacchetto è suggellato adesso dalla lettera al vetriolo dei consiglieri regionali. Ma le prospettive appaiono lo scoglio peggiore.

Gea Petrini