di Gea Petrini

“Ci sarebbero voluti altri due anni di commissariamento”, lo aveva detto pochi mesi dopo le elezioni 2017 un big cinque stelle in preda a una sorta di disperazione per l’impatto con la macchina Guidonia Montecelio. Il sottotitolo era, l’impresa è titanica e la squadra inadeguata. Sentimenti della prima ora? E’ andata anche peggio. Governare è un affare complicato, la terza città del Lazio è il Leviatano e serve una classe dirigente. Quella che c’era prima è stata spazzata via dagli scandali. Il centrodestra capitanato da Eligio Rubeis contava su diverse personalità politiche e sapeva amministrare. Dall’esterno, guardando con gli occhi del cittadino tutto sembrava filare liscio. L’opposizione non era di questo parere, ma le strade erano velluto, i parchi aperti e puliti, non crollavano pini, il teatro era aperto, fiorivano rotatorie come in un prato a primavera. Qualche autorevole voce interna prendeva le distanze dal rubeisismo (ce lo ricordiamo?) perché l’architetto era un accentratore, un divoratore di consensi, e aveva trasformato i rapporti sbilanciandoli secondo il proprio disegno politico. Ma l’epoca d’oro è stata smantellata dalla magistratura. Il castello dei potenti è iniziato a scricchiolare fino a crollare in mille pezzi. Perché come si amministrava è stato il problema: la prassi era diventato l’inguacchio, la corruzione, le bustarelle, c’era un sistema, lo hanno chiamato così gli inquirenti. E se la responsabilità penale è personale, quella politica è collettiva e tira dentro chiunque ha trascinato la barca fino all’ultimo giorno utile.

Uno choc gli arresti, le intercettazioni, il processo alla mafia bianca. Uno choc perché l’elettorato è apparso sconvolto, sfiduciato, disorientato. In pochi anni intanto la comunicazione ha rivoluzionato il proprio linguaggio e mutato strumenti, basti pensare alle piazze, quelle virtuali hanno preso il sopravvento. Così il disprezzo per la politica è divampato a una velecità impressionante insieme alle notizie. E la risposta è arrivata nelle urne. Non con la vittoria dei cinque stelle. L’astensionismo record è stato il mostro, un Balrog, per chi conosce la mitologia di Tolkien. Michel Barbet nelle foto di quella notte improbabile nemmeno sembrava crederci di aver battuto al secondo tempo il democratico Emanuele Di Silvio che si era perso (colpe di gioventù) tra veti, vicinanze, caricabatterie. Messo al tappeto, Di Silvio, da tanti nemici immaginari mentre quello reale, metà del suo partito, non lo faceva votare al ballottaggio. E’ chiaro che il polo civico non ha aiutato, perché avrebbe dovuto, ma quando due pezzi da novanta del piddì cittadino (Domenico De Vincenzi e Simone Guglielmo giusto per non fare nomi) sono col coltello tra i denti, non c’è scampo. Hai perso. Ma la politica è così, poi si torna a fare accordi, a scambiarsi sorrisi. Quasi sempre, del vincenziano De Vincenzi ormai non c’è quasi più traccia, il timone lo ha passato a Paola De Dominicis. Traccia esterna, poi dietro le quinte, si sa.

I cinque stelle sono saliti ai piani alti senza sapere dove andare. Al grido di onestà e trasparenza hanno gettato benzina sul fuoco della sfiducia che dilagava in città, alimentando il disgusto per gli altri, la vecchia politica, marchiando come colpa dei predecessori ogni minimo ostacolo amministrativo. Questione di eredità, sempre e comunque. Lorenzo Tosa, ex portavoce del movimento in Liguria ha lasciato improvvisamente l’arena per motivi di coscienza: “Non perdonerò mai ai 5S di avere trasformato la mancanza di cultura e competenza in qualcosa di cui vantarsi”. Lo ha scritto in una lettera a Repubblica. Fa riflettere. Perché come in una fotocopia, le difficoltà, i meccanismi, la chiusura, il capovolgimento delle priorità e dei criteri, sono gli stessi ovunque. Meno si è preparati meglio è, nella piramide cinque stelle, intanto basta essere onesti. Invece no, non basta. Dopo un anno e mezzo dalla vittoria, dalle bandiere, dalle vertigini dell’altezza, non è più credibile affannarsi nello scaricare colpe su chi c’era prima. I processi stanno andando avanti in tribunale a Tivoli, mentre la città è ferma, stagna nelle emergenze. Qualcosa non va. L’ordinaria amministrazione è diventata una montagna impossibile da scalare. Parchi chiusi, decoro urbano ai minimi storici, aria di pura anarchia (dall’inciviltà di chi abbandona i rifiuti a salire), il verde della pineta rasa al suolo, i lavori pubblici spariti nel nulla per la gioia delle buche, la cultura ridotta allo stremo, senza eventi, un anno per capire come aprire il museo a orari ridotti, il teatro che è stato un flop totale, un arrangiarsi continuo trasformando le normali difficoltà in imprese titaniche. Il sociale, il lavoro, dalle cuoche della Bioristoro, all’assedio dei cavatori in piazza per un mese. Questo è quello che si vede da fuori. E per fuori s’intende proprio fuori dal Palazzo. Senza contare l’instabilità inflitta dai continui cambi in Giunta, assessori che vanno altri che vengono.

Lo spunto per le meditazioni di metà settimana è arrivato dalle parole del consigliere Matteo Castorino che da neo presidente della commissione cultura sta scoprendo che comunicare è importante. Commentando l’assemblea con le associazioni del territorio ha ricordato questa mattina in un post: “Abbiamo trovato una città in ginocchio e la stiamo ricostruendo passo dopo passo insieme alle persone di buona volontà”. E’ come un mantra, un messaggio automotivazionale. Sembrano sperduti ancora dopo un anno e mezzo, se non fosse che macinano commissioni in quantità industriali, pochi consigli ma tante riunioni di settore con compensi spesso che raggiungono il tetto massimo. In generale, per carità, Castorino è il più giovane e con prospettive di crescita. Tanto che è stato individuato come il delfino del capogruppo Giuliano Santoboni, anche se il consigliere di Setteville ne ha rifiutato la classificazione e ancor più la paternità, lasciandosi andare a una disquisizione zoologica. La cartina di tornasole dei tempi attuali: non ci sono più squali ma neanche mentori, perché non c’è niente da insegnare.

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