di Virginia Gigliotti

Andy Warhol sbarca a Roma con una attesissima mostra al Vittoriano aperta fino al 3 febbraio in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita. Essendo il giorno di inaugurazione della mostra mi trovo costretta ad aspettare mezz’ora prima di poter entrare, ma dopo la lunga ed estenuante fila sono finalmente dentro.
Da subito colori accesi, fluorescenti, che ti fanno immergere in un’altra epoca e dimensione. Varcato il grande portone di ingresso iniziano le prime attrazioni, e di conseguenza le prime file. All’entrata infatti è stata installata una cabina fotografica che scatta istantanee in stile pop art e un grande panello coloratissimo, sfondo perfetto per farsi una foto.

La prima stanza è una sala video con tanto di divanetti, dove viene proiettato un filmato sulla vita e la carriera dell’artista, una tappa trascurabile nel caso in cui il museo fosse troppo affollato. Lungo tutto il percorso, e prima dell’ingresso ad ogni stanza, sono infatti messi a disposizione dei visitatori pannelli esplicativi, che ripercorrono la vita Warhol. Solo dalla seconda sala si entra nel vivo della mostra, che in tutto comprende 170 opere che riassumono la vita e il percorso artistico del mito di Pittsburg che, a partire dagli anni ’60, ha cambiato con il suo stile inconfondibile non solo il mondo dell’arte ma anche della musica, del cinema e della moda.

Warhol infatti inizia la sua grandiosa carriera nel ’62, quando per la prima volta usa la serigrafia e crea la celebre serie delle Campbell’s Soup. In quegli anni diventa centro della cultura newyorkese e frequenta i locali più ambiti del momento. Nel ’63 si trasferisce a lavorare nella quarantasettesima est poi ribattezzata la “Silver Factory” che vantava frequentatori come Bob Dylan, John Lennon, Mick Jegger, Salvador Dalì e molti altri personaggi del panorama artistico internazionale. Mi addentro quindi nella seconda sala, la sala dedicata alle “Icone”, dove spiccano i ritratti di Marilyn Monroe e Liz Taylor.

Da qui, attraverso una tenda nera, si passa in quella che probabilmente è la stanza più interessante: specchi, musica ad alto volume, luci, fiori e colori accesissimi che nell’insieme ingannano la prospettiva e ti fanno immergere in un infinito fatto di luminosi fiori colorati. Uscita da questo mondo parallelo torno alla realtà, arrivando alla sala dedicata ad alcuni importanti personaggi politici del panorama mondiale, come Lenin, Kennedy e Mao Tse Tung e, a sorpresa, alle tanto attese lattine.
La visita procede veloce, anche perché il grande numero di visitatori rende difficile soffermarsi di fronte ad ogni opera. Le sale seguenti sono quelle dedicate alla musica e allo star system, qui ritratti di Armani, Valentino, Versace, Mick Jegger e dulcis in fundo le chitarre di Michael Jackson, Diana Ross e Paul Anka.
Procedo poi verso l’ultima sala, quella delle polaroid e degli acetati, probabilmente meno d’impatto rispetto a quelle precedenti ma comunque molto interessante e gremita di ritratti di personaggi celebri tra cui Sylvester Stallone, Man Ray e Muhammad Alì e lo stesso Andy Warhol.