E’ il giorno del testo salva-cave che potrebbe portare Guidonia Montecelio fuori dall’emergenza: occhi puntati sulla Regione Lazio, l’aula del governo di Nicola Zingaretti terrà con il fiato sospeso i 2mila lavoratori del settore estrattivo, gli imprenditori e l’intera città che tra favorevoli e contrari si sta scontrando dalle piazze reali a quelle virtuali. E’ muro contro muro con l’amministrazione cinque stelle. Insomma, in città non si cava un ragno dal buco. La Giunta di Michel Barbet è irremovibile: i provvedimenti che bloccano due cave sono “legittimi” e non saranno annullati dal Comune. Il pentastellato lo ha ripetuto per l’ennesima volta ieri mattina alle telecamere di Agorà, ai lavoratori in piazza, e alle opposizioni che stanno attaccando su ogni fronte per la gestione valutata come “disastrosa” delle cave. Dopo mesi di trattative, balletti, e cambi di versione sulle azioni burocratiche necessarie, a fronte di undici pre-dinieghi inviati ad altrettante aziende, il Comune senza alcun passo di mediazione, in un blitz di ferragosto, ha firmato la prima revoca. Da lì l’escalation. 

Il Palazzo contesta alle aziende il mancato rispetto di alcune norme tecniche, per quanto riguarda il piano di recupero, difforme – sostengono nelle carte – rispetto a quello presentato e autorizzato. Le aziende rigettano ogni accusa, mettendo anzi in evidenza la diversa applicazione della legge sulle cave fatta dagli uffici di Guidonia rispetto ad altri territori, Tivoli inclusa.  Chiedono di poter portare i materiali da fuori, e Guidonia dice no. In questo contesto, i cinque stelle non hanno ceduto di un millimetro alla pressione sociale, ai sindacati che hanno chiesto di sospendere tutto e rimettersi al tavolo di concertazione. Anzi, hanno continuato a rispondere chiamando le cave “buchi” e il travertino “sassi”. E a niente è servita la protesta degli operai. Più di cento (in tutto) i licenziati, che hanno presidiato la piazza, sfilato in corteo per la città, e che da giorni dormono nelle tende sotto le finestre della stanza del sindaco. La mobilitazione a oltranza non ha smosso i cinque stelle, visti scappare in piena notte scortati dalla polizia tra i fischi dei lavoratori, che non hanno mantenuto neanche l’impegno assunto il giorno del consiglio comunale. Il lungo giovedì, quando con la folla a pochi metri, dopo dodici ore e sospensioni record, hanno rigettato le proposte delle opposizioni Pd, Polo civico e Lega, per votare un proprio documento. Impegnavano la Giunta a votare un atto distensivo, non si capiva in che termini, ma il tentativo non è stato nemmeno compiuto. La Giunta si è riunita ma si è occupata di altro. Allora la partita si è spostata a Roma. In Regione. L’unico spiraglio rimasto agli operai di vedere ascoltate le proprie ragioni.

C’è stata una sinergia di azioni. La forzista Laura Cartaginese protagonista insieme a Maurizio Gasparri di un impegno diretto sul caso cave, aveva predisposto un emendamento alla legge di semplificazione in corso di approvazione alla Pisana. Problemi sugli aspetti tecnici, la palla è tornata in pieno campo Pd. Sul piano del consiglio, Michela Califano e Eleonora Mattia sono state le più tenaci nel confronto con la realtà locale, visite a ripetizione in piazza, impegnate nella diplomazia politica. Il motore dell’emendamento, che è in realtà un testo aggiuntivo al collegato, è l’assessore Gian Paolo Manzella. Il documento che sarà depositato oggi, è infatti emanazione della Giunta regionale e dovrebbe andare a portare ordine nel caos cave, cristallizzando la situazione in attesa di un piano di assetto e delle verifiche. Ancora incerti i contenuti specifici, e se l’atto comprenderà anche le cave già oggetto di revoca. Un punto non secondario, considerando l’emergenza dei licenziati. Attesi entro oggi gli esiti: il contenuto finale dell’emendamento e la votazione, sempre che non ci siano colpi di scena. 
Gea Petrini