I lampeggianti, le urla, i fischi, la disperazione e il governo cinque stelle che scappa per non affrontare gli operai delle cave che assediano la piazza, visti gli esiti del consiglio che si chiude, ieri sera, con una ennesima fumata nera per la partita dell’emergenza occupazionale. Sono giorni di protesta e immagini che frantumano la speranza, centinaia di lavoratori da lunedì mattina in sciopero, con il presidio permanente, i cortei, le notti infinite sotto le finestre del Comune di Guidonia Montecelio. In gioco “2000 famiglie sul baratro” come recita lo striscione affisso sulla facciata del Palazzo dalla mattina, “giù le mani dalle cave”, “il lavoro è dignità non carità”. L’opposizione chiede di sospendere la revoca all’azienda colpita ad agosto, e i licenziamenti in tutto sono a quota 90, pretendono atti concreti a difesa del lavoro: la maggioranza boccia e vota un proprio dispositivo. In sostanza, si dà alla Giunta il compito di deliberare un atto che dia disposizione al dirigente di verificare la possibilità di procedere con la sospensione. “La totale indeterminatezza”, si commenta in piazza, tanto che dopo 24 ore, oggi, venerdì sera, l’esecutivo pentastellato non si è neanche riunito.

L’assessore Marco Colazza corre, non è solo, intanto il sindaco Michel Barbet viene fatto uscire dalla porta sul retro. Dopo la notte ad alta tensione di martedì, il dispiegamento delle forze dell’ordine è alto, la tensione è alle stelle, i lavoratori hanno seguito dalle dieci di mattina attraverso l’altoparlante il consiglio comunale. Ma la piazza brulica, gli imprenditori, la politica, i cittadini che arrivano a vedere, a capire, a infondere sostegno. La guerra burocratica tra il Comune e le aziende è precipitata ad agosto, nonostante il tavolo regionale stesse definendo un percorso condiviso per il medio periodo con un clima di tregua apparente, è piombata la prima revoca per difformità del piano di recupero ambientale con quello presentato, revoca contestata dall’impresa come ricostruito due giorni fa in piazza durante le ore di attesa. E’ il titolo della protesta, in effetti, l’attesa, i balletti, i cambi di posizione, gli impegni assunti e il giorno dopo sfumati. Si va avanti così da quattro giorni, tanto che martedì sera l’opposizione dopo il no del sindaco alle soluzioni messe sul tavolo nelle trattative fiume, occupa l’aula e ottiene dal presidente Angelo Mortellaro, che non perde il proprio equilibrio istituzionale nonostante il clima, la convocazione per ieri. Parlano in aula gli imprenditori e i sindacati, il dibattito è infuocato.

Dalla platea con le presenze centellinate per ragioni di ordine pubblico, si sente il rumore della piazza che come monta un’onda, si accende e si spegne a seconda degli interventi che vibrano dalle casse: Pd, Lega, Polo civico sono un fuoco di fila di interventi. La prima sospensione del consiglio dura tre ore, il deputato cinque stelle Sebastiano Cubeddu, assente nei quattro giorni e silente, si chiude ai piani alti con la maggioranza. Insieme al consigliere regionale Valerio Novelli scrivono. In piazza si susseguono indiscrezioni. Quando il consiglio riprende l’aria non è positiva per i lavoratori, e gli interventi di Alessandro Cocchiarella e Giuliano Santobonio infiammano la piazza esasperata, volano accuse, il sindaco si assenta però e torna con quello che sembra un colpo di scena. Accende il microfono: stiamo lavorando all’ordinanza sindacale per sospendere la revoca. Nuova pausa del consiglio, altre ore di attesa. Barbet torna di nuovo indietro: niente ordinanza. La dirigente Paola Piseddu non c’è, è subentrato in sostituzione per pochi giorni prima di lasciare Guidonia per il trasferimento, Marco Simoncini e i cinque stelle vogliono demandare all’ingegnere il compito di mettere a punto un atto. Ma la procedura deve passare prima dalla Giunta,che ancora non si riunisce e non c’è comunque alcuna certezza sugli esiti. Il consiglio dopo dodici ore è un nulla di fatto, l’opposizione chiede le dimissioni del sindaco e non molla il fronte della protesta. Passa altro tempo, con quella luce gialla dei lampioni che si diffonde calda sul travertino della piazza, la polizia si muove, la maggioranza esce inondata dai fischi e dalle urla: “Vergognatevi”. E via veloci in auto, lontani dalla città.
Gea Petrini