Si prevedono già più di cento licenziamenti, diverse cave chiuderanno a stretto giro per le politiche dell’amministrazione cinque stelle di Guidonia Montecelio che ha mandato all’aria qualsiasi ipotesi di soluzione per il comparto estrattivo. Dopo mesi di carte bollate, tavoli e proteste dei sindacati, lo scontro sembrava aver trovato la via della sintesi dalle parti di Roma, dove la Regione Lazio nella persona dell’assessore Gian Paolo Manzella si era assunta l’impegno di stilare un documento risolutivo. Un passo annunciato anche dal vicesindaco Davide Russo in una intervista a questo giornale, nel contesto – aveva spiegato – di una linea contraria alla chiusura delle cave. La realtà è andata in maniera differente. Russo ha smentito se stesso. Dopo mesi di avvisi, predinieghi alle proroghe delle autorizzazioni, prima con ragioni tecniche, poi urbanistiche, alla fine a poche ore dal vertice in Regione chiarificatore, il Comune ha mandato tutto all’aria, con altre motivazioni inerenti gli aspetti ambientali.

Così in una partita che vede, in totale, tra diretti e indotto, coinvolti 2.000 lavoratori, il governo cinque stelle di Michel Barbet ha deciso di far calare il sipario sul più importante settore produttivo di questo territorio che ne ha caratterizzato la storia da duemila anni. Le conseguenze però guardano al futuro e sono nere. Un colpo mortale per l’economia di questa area. In base a quanto si apprende tra i più duri nel voler bocciare il documento della pace elaborato dalla Regione, sarebbe stato proprio il vicesindaco Russo, assessore allo Sviluppo di Guidonia, che ha ottenuto il risultato. Il vertice è stato rinviato a data da destinarsi, intanto continuano dal Comune a piovere predinieghi e avvisi di revoca delle autorizzazioni. Le opposizioni hanno parlato di “incapacità” amministrativa. Ma se invece – come appare ormai chiaro – c’è un disegno politico, la responsabilità del destino di centinaia di famiglie sarà chiaro.
Gea Petrini