di Gea Petrini

“Venendo qui ho contato 57 buche, è assurdo”. Era il 20 giugno 2017, in un locale appena fuori il centro di Guidonia, di fronte il candidato sindaco Michel Barbet, a un soffio dal decisivo ballottaggio. La prima intervista, più di due ore di chiacchierata. Il numero delle buche fu l’annotazione di apertura, detta con umanissimo sdegno, dopo i saluti di rito. C’erano stati incontri saltuari nelle iniziative pubbliche, un come va, una domanda di sfuggita, mai un colloquio diretto e approfondito. Venne solo il futuro sindaco, in una davvero apprezzabile assenza di codazzo a cui una certa ritualità della politica ha assuefatto tutti noi. Solo, arrampicati sugli sgabelli, Barbet con gli occhi sinceri e quell’espressione da brava persona che non puoi non riconoscergli, non ha battuto ciglio neanche quando ha visto accendersi il registratore. L’intervista scatenò le ire funeste del Pd, più con il giornale che con il cinque stelle, ormai i giochi erano conclusi e l’onda grillina da lì a poco avrebbe invaso il Palazzo. Dopo un anno, le buche sono voragini, la politica annientata, la città allo stremo nei suoi settori chiave.

Nel centro di Guidonia per andare alla posta servirebbe un mezzo corazzato. Non si sa quanti centimetri siano profonde le buche. A Tivoli Terme le hanno misurate, la foto ha compiuto il giro del web. L’ordinario è un sogno. Si dirà il maltempo. Si tornerà per l’ennesima volta sul buco dei conti e i disastri dei predecessori. Ma il prestito dallo Stato è arrivato e niente cambia. I creditori non vengono pagati, migliaia di fatture giacciono lì a prendere polvere, con aziende che aspettano senza più neanche l’esasperazione. Persino la normalità è diventata una chimera. E lo scatto per rialzarsi non c’è.

La partita del Fairylands è stata un colpo vero per l’amministrazione. Non è per i ragazzi del clan o per il festival in sé, ma per il simbolo: Guidonia perde l’unico evento estivo diventato richiamo per migliaia di persone. Una città che non ce la fa più a essere depauperata, derubata. Ora anche gli eventi. E gratuiti per le casse comunali. Con il clamore del caso festival sono emerse le indiscrezioni sulle difficoltà nel Palazzo dove veramente non si sa più chi prenda le decisioni. L’assessore Elisa Strani, il sindaco Barbet tutti in coro a dire: il Festival lo vogliamo fare. E poi la dirigente Paola Piseddu a firmare un avviso pubblico dai criteri innovativi, in cui si chiedeva all’associazione di presentare una perizia sulla stabilità degli alberi in pineta in base all’afflusso potenziale previsto. Costi e soprattutto responsabilità inaccettabili per gli organizzatori. Un altro colpo alla città. E l’impressione che nel Palazzo ci sia come un gioco delle tre carte, si dice, non si fa, la colpa è sempre dell’altro, ci si rimangia tutto, persino le affermazioni, con l’idea che un po’ di confusione generi stordimento necessario a non vedere. Ma non è così. 

Una strada lastricata di contraddizioni, di dichiarazioni e atti che vanno nel senso opposto. La crisi delle cave ne è l’ultima prova. Lo scontro inizia perché il Comune non dà l’ok alle proroghe delle autorizzazioni. Pone ostacoli di natura burocratica. Le aziende ne risentono, i lavoratori scendono in piazza a protestare, c’è chi va a casa, imprese e laboratori chiudono i battenti. Scoppia la bufera e il Comune attiva un tavolo per individuare una soluzione. Ci sono i destini delle famiglie. La gente che deve capire come arrivare a fine mese. Lavoratori di 50 anni che dovranno capire come rimettersi sul mercato del lavoro. Non si scherza. In consiglio comunale la maggioranza cinque stelle vota la mozione di Emanuele Di Silvio, sembrano esserci – pur nelle comprensibili differenti vedute – le premesse per arrivare a una sintesi nelle regole. Accade l’incredibile. In due mesi di tavolo, non solo intanto la dirigente continua a firmare dinieghi cambiando anche le motivazioni di volta in volta, gli ultimi urbanistici, ma il Comune impugna anche la delibera della regione con cui si dava il via libera a quelle proroghe. E’ tutto molto tecnico, ma la sostanza è questa. Da una parte, le promesse, valorizziamo un settore, dall’altra azioni opposte che forzano le regole. La tensione sociale è alle stelle, come hanno denunciato imprese e sindacati. E ormai le decisioni del consiglio vengono totalmente ignorate. Quale consiglio? 

Un tunnel dal quale sembra difficile, a livello complessivo, vedere l’uscita. Lo scontento attraversa settori diversi della città. L’inesperienza non può giustificare la manipolazione delle regole democratiche, come accaduto rispetto al consiglio di oggi pomeriggio. Con un punto infilato senza neanche passare come di norma dalla conferenza dei capigruppo. “Cosa potremmo fare per la trasparenza?”. Lo chiese il sindaco, alla fine delle due ore di chiacchierata, prima di riprendere la strada con le 57 buche. Ma la politica, a quanto pare, dimentica subito.