di Anna Laura Consalvi

“Non bisogna mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa”. Il femminismo non c’è più, è morto con l’avvento del secolo che viviamo, stretto nella morsa di hashtag e influencer, del “fallo adesso, tra cinque minuti è tardi”. Non ha più nulla da dire perché non c’è – dice qualcuno – più nulla da conquistare. Ma quello che negli anni delle manifestazioni in piazza e dei canti liberi qualcuno ha portato a casa faticosamente per noi, non può andare disperso. Ecco perché oggi come quarant’anni fa è bene ricordare e difendere, se mai ce ne fosse bisogno, la Legge 194 che mette insieme le norme per la tutela sociale della maternità e dell’interruzione di gravidanza, più comunemente nota come legge sull’aborto.

Era il 22 maggio del 1978, con quella legge si cercava di mettere un freno reale e concreto alla piaga degli aborti clandestini, dando vita contestualmente a uno dei fari del sistema sanitario nazionale, i consultori. A deciderlo lo strumento principe della democrazia, il referendum. Questa è la storia di ieri, mentre quella di oggi racconta di un gruppo, “Citizen go”, che alle porte della Marcia per la Vita di sabato prossimo mette in campo una furba operazione di marketing: maxi affissioni dove femminicidio, aborto e pance gonfie di bebè si stringono la mano in un abbraccio mortale. Quale sia il nesso logico a quanto pare non conta, conta che se ne sia parlato per giorni, che si giunga alla paradossale situazione per cui quasi quasi questa 194 è da ritoccare qua e là. E qui torniamo al discorso iniziale: non si torna indietro sulle vittorie di civiltà. Non si torna indietro oggi come in quel maggio di conquista.

Ho letto commenti sulla necessità di difendere la libertà di espressione, narrazioni fantastiche che parlano di fantomatiche donne che vanno ad abortire come se andassero dall’estetista. Leggende metropolitane che accadono in un caso su un milione. Su un lettino prima di un intervento del genere forse non ci sono mai stati, i giorni prima della scelta non li hanno mai vissuti, quelli dopo fatti di leggerezza e disperazione non li conoscono e magari non li vivranno mai. Buon per loro ma potranno dormire sonni tranquilli: è tutto legale, è tutto possibile secondo le leggi dello Stato italiano, è tutto controllato da un sistema perfettibile senza dubbio ma, viva Iddio, che esiste. Se c’è qualcosa per cui tornare a combattere è per fare in modo che il diritto all’autodeterminazione non venga svenduto da un misero manifesto. Torniamoci in piazza ma per ricordare da dove veniamo e chi siamo. Mi è stato detto che da giornalista dovrei garantire prima di tutto il diritto di ciascuno ad esprimersi, da giornalista prima e da donna poi sento il dovere – sempre prima di tutto – di tutelare quello che lo Stato ha sancito per 194 migliaia di ragioni. Oggi, domani, sempre.

(foto fonte 27esima ora)