Un “flusso di coscienza collettiva straziante, commovente, doloroso, verissimo”. Annalisa lo descrive così, è una utente di twitter, ingegnere meccanico “donna” è specificato nella mini-bio. Prima sono state le star adesso è la ragazza con il cellulare in mano, l’amica, la collega di ufficio, noi stesse. Sta dilagando sul web il racconto pubblico e condiviso degli abusi dopo il caso scoppiato per Harvey Weinstein, il potente produttore cinematografico accusato di stupro e molestie da decine di attrici. Mentre la polizia di New York e quella di Londra indagano e si moltiplicano gli appelli alle vittime a “denunciare”, sui social monta la campagna #MeToo, un hashtag per twitter diventato virale, lanciato in rete dall’attrice di Streghe Alyssa Milano che sprona le donne a condividere le storie di abusi. “Se tutte le donne che sono state molestate o aggredite sessualmente scrivessero ‘anche io’ come stato, potremmo dare alla gente un’idea di quanto è grande questo problema”. L’attrice ha dato il via così a un’esperienza collettiva, “anche io”, la chiave per raccontarsi e uscire dal silenzio. E il numero di tweet è gargantuesco non solo oltreoceano, dopo le rivelazioni di Asia Argento che come da tradizione dividono gli ascoltatori-lettori, anche in Italia la questione è diventata occasione per dare forza a una campagna spontanea contro la violenza sulle donne. C’è anche un altro hashtag #Quellavoltache ideato dalla conduttrice radiofonica Giulia Blasi e utilizzato da Asia Argento per tirare fuori gli abusi subiti da un regista italiano. Ma non è più una cosa solo da jet set, scrive Serena su twitter: “Ho aperto gli hashtags #metoo e #quellavoltache e sapete qual è la cosa triste? Chi più chi meno abbiamo tutte qualcosa da raccontare”. E c’è Karin che poi racconta: “A 13 anni mi dissero, questo dev’essere il nostro segreto. Andai a dirlo mamma, al preside e poi in tribunale. Fatelo tutte”.
geape.